
IL PCI NELLA STAGIONE DI “MANI PULITE”
di Giuseppe Gullo
L’Italia dei misteri – quella delle brigate rosse, del sequestro Moro, dei servizi deviati, dei teoremi sempre smentiti, dei rapporti Stato mafia, dei golpe giudiziari, della P2, di Gladio, dei caffè avvelenati e dei banchieri appesi a un ponte di Londra – a distanza ormai di molti decenni dai fatti riesce a nascondere la verità. Sporadicamente, la nebbia viene squarciata dai “ricordi” di qualche protagonista di quelle vicende che all’improvviso recupera la memoria di fatti lontani sui quali vi sono contrastanti ricostruzioni. È accaduto un anno fa a Giuliano Amato per la strage di Ustica, la cui ricostruzione ha ricevuto la perentoria smentita del Governo francese senza ulteriori conseguenze. Capita frequentemente per il delitto Moro, sul quale periodicamente vengono fuori scritti più o meno inediti che spesso piuttosto che portare chiarezza aumentano la nebbia che copre quell’oscuro e misterioso caso.
Massimo D’Alema fa parte a pieno titolo della ristretta schiera delle personalità politiche che hanno piena legittimazione a pretendere grande considerazione per le dichiarazioni che rende pubblicamente su fatti di cui è stato protagonista e di cui conosce dall’interno uomini e cose. Il Nostro è stato, dopo Napolitano e per certi versi più dell’ex Presidente della Repubblica, l’esponente politico proveniente dal PCI che ha ricoperto in quel Partito e nelle Istituzioni repubblicane le cariche più importanti. Figlio d’arte, il padre è stato deputato del PCI per diverse legislature, giovanissimo abbandonò gli studi universitari alla scuola normale di Pisa per fare politica a tempo pieno all’interno del PCI, che allora stipendiava i propri dirigenti all’interno di una struttura molto articolata e diffusa su tutto il territorio nazionale con un principio gerarchico molto rigido e con regole stringenti in forza delle quali l’uniformità e l’applicazione della linea politica avveniva con il metodo del centralismo democratico, nel quale il sostantivo era tutto e l’aggettivo solo una cornice.
Divenne molto presto segretario nazionale della Fgci e in tale veste membro della Direzione Nazionale del Partito che era l’anticamera del Sancta Sanctorum dei compagni filosovietici. Da allora, inizio anni 70, ricoprì senza interruzione un posto di primissimo piano nella gerarchia dei comunisti italiani fino a diventarne il Segretario generale e transitare poi da lì nelle Istituzioni come primo Presidente del Consiglio proveniente dal partito post-comunista, Ministro degli Esteri, parlamentare di lungo corso, con un’esperienza a Bruxelles giusto per dare un’occhiata da quelle parti. Il declino incomincia con Renzi e la sua battaglia per rottamare la vecchia classe dirigente. Non ricandidato al Parlamento, ha perso via via il seguito che aveva nel Partito fino ad arrivare alla decisione di non rinnovare la tessera e di dichiarare di non aver votato per il PD.
Eppure, tutti riconoscono al politico pugliese una mente politica raffinata unitamente ad una grande considerazione di se’ stesso. Nei primi anni novanta del secolo scorso quando esplose in tutta la sua drammatica violenza l’inchiesta della Procura di Milano definita “mani pulite”, ma che sarebbe più corretto chiamare “piazza pulita” con riferimento al suo vero obiettivo e cioè l’annientamento dei partiti al Governo, D’ Alema era direttore dell’Unità che a quel tempo aveva una tiratura minore solo del Corriere e di Repubblica. Con quell’incarico e il prestigio e la forza che aveva all’interno del Partito, fu un sostenitore importante dell’attività del Pool di Milano di cui giustificò tutti i provvedimenti assunti in aperta violazione della legge e in particolare l’uso della custodia cautelare in carcere per estorcere confessioni e chiamate di correo.
Ebbene a distanza di oltre trent’anni da quei drammatici mesi che sconvolsero il Paese, D’Alema riferisce che Di Pietro, dopo avere lasciato la toga e abbracciato la carriera politica, gli disse che il Pool aveva tra i suoi obiettivi quello di colpire il PCI alla stessa stregua degli altri Partiti, e che l”obiettivo non sarebbe stato raggiunto in quanto il PCI seppe reagire, riuscì a mantenersi unito e non fu preso dal panico e dallo sconforto che travolsero gli altri partiti.
La versione di D’Alema non regge a un esame serio di quanto avvenne. Anzitutto è opportuno ricordare che il primo ingresso in Parlamento di Di Pietro avvenne al Senato, in una votazione suppletiva nel collegio del Mugello, blindato per il PDS (ex PCI) nella Toscana allora rossa, nel quale l’ex magistrato molisano sconfisse facilmente Giuliano Ferrara candidato del centro destra. Ora, tranne a non voler credere alle favole, è ragionevole pensare che il seggio regalato a Di Pietro deve avere avuto un significato e deve essere stato l’effetto di una discussione, di “trattative” tra la segreteria del PDS (ex PCI) e un personaggio che in quel momento godeva di una popolarità eccezionale. Qualcuno può seriamente ritenere che il l’ex PCI volesse portare in Parlamento chi aveva cercato di colpirlo mortalmente? O è piuttosto logico ritenere che veniva onorato un impegno assunto quando le manette tintinnavano e molti alti esponenti politici dormivano fuori casa? Il PCI si è allora salvato sol perché si è chiuso a testuggine contro il fuoco nemico? A ben pensarci le munizioni contro i comunisti erano pistole caricate a salve, come è stato subito chiaro allorché uno sconosciuto “spallone” rosso veniva fatto passare per un genio della finanza. Siamo oltre la mistificazione, alla ricerca di un’inesistente diversità che però non c’era.
Fonte Foto: Wikimedia Commons – NiloGlock – CC BY-SA 4.0