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I russi tifano Italia. Ma non è quella di Di Maio e Salvini

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GIORNATA DELLA FEDERAZIONE RUSSA

Piace molto la Russia al governo italiano, almeno ai suoi due vicepresidenti, in particolare a Matteo Salvini. Un curioso “ponte” con Silvio Berlusconi, l’uomo-simbolo dell’Italia che il governo del cambiamento dice di voler rivoltare come un guanto.
Piace molto, più che altro come contraltare di quell’Europa sempre meno amata, forse sempre meno capita. Almeno a parole, tutto ciò, perché nei fatti la Roma gialloverde non si è minimamente discostata dalla linea dei governi precedenti, a cominciare dallo spinosissimo tema delle sanzioni. Confermate, senza che il premier Conte e soprattutto i dioscuri Di Maio e Salvini muovessero un dito.

Torniamo, però, alle parole, tanto aspre e urticanti con Bruxelles, quanto dolci e comprensive per Mosca, alla faccia di questioni non proprio di second’ordine come Ucraina e Crimea. Lecito, a questo punto, chiedersi cosa pensino i russi di questa Italia ‘amica’. Reduce da alcuni giorni nell’imperiale San Pietroburgo (e ai russi piace il sapore imperiale della loro storia, non dimentichiamolo mai…), la sensazione è immediata, epidermica: l’Italia piace e c’è voglia di Italia. Way of Life, moda, bellezza, cucina. Suoni e sapori del nostro Paese sono ovunque, non solo nelle vie dello shopping per ricchi e ricchissimi, ma anche nelle zone più lontane dalla leggendaria Prospettiva Nevsky, in un’esplosione di insegne e richiami al nostro Paese. L’Italia che piace, però, è l’Italia più occidentale, più “fedele” alla sua storia degli ultimi 70 anni, non certo alla versione isolazionista ed autarchica, che sembra andare tanto di moda a casa nostra.

L’Italia che i russi mostrano di amare e ammirare è il Paese delle esportazioni, quello capace di imporre negli anni gusto e stile ai cinque continenti, fino a conquistare in un lampo la Russia uscita dai grigiori e dagli incubi del socialismo reale. La Russia della gente comune, del resto, certamente ammira i muscoli di Vladimir Putin, perché ama il proprio Paese e vuole rivederlo lì dove tutti sono convinti debba stare. Si tratta del posto reclamato sul palcoscenico del mondo, da non confondere però con lo sguardo riservato all’Occidente, che resta di ammirazione, per quella libertà e ricchezza materiale, per noi scontate (errore) e per loro ancora oggi conquiste freschissime e certo non prive di rischi, dubbi e spaventose diseguaglianze.

È obbligatorio chiedersi, allora, come sia possibile una narrazione così sbilanciata, così immemore dei nostri valori, delle nostre conquiste, fino al disprezzo del trionfo storico rappresentato dall’Unione Europea, una comunità di valori e di intenti nata nel cuore del continente che ha generato i due più spaventosi e sanguinosi conflitti nella storia dell’umanità. Ci raccontiamo – a chiacchiere, per fortuna dico io – pronti a mollare i riferimenti europei, per cercare nuovi e discutibili amici. Poi, basta farsi un giro da quelle parti per capire che di quest’Italia rancorosa, chiusa, schiumante di rabbia non ha voglia proprio nessuno. Non la riconoscerebbero. Perché noi, proprio per quei popoli che abbiamo frettolosamente eletti a simbolo della resistenza alla matrigna Bruxelles, siamo apprezzati esattamente per le capacità opposte: aprirci al mondo, affascinarlo con la bellezza, l’eleganza e il saper vivere, non certo con show retorici e muscolari, che oltretutto ci hanno sempre portato sfiga.

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