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Per salvare la democrazia liberale

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Riportiamo le riflessioni di Pippo Rao già pubblicate alle pagine 9-10 del quindicinale Nonmollare del 03 settembre scorso.  Qui di seguito il link diretto all’articolo “Per salvare la democrazia liberale”:  https://critlib.it/wp-content/uploads/2018/09/025-nonmollare-1.pdf

“Se, nel 1994, Berlusconi, con un nuovo modo di comunicare sconvolge la retorica convenzionale del tempo, grazie alla diffusione del suo messaggio politico attraverso le sue televisioni, e, inaspettatamente, vince le elezioni politiche dando inizio all’era del berlusconismo; e se, nel 2018, il Movimento5Stelle, utilizzando il web e pervasive modalità propagandistiche riesce ad affermarsi come primo partito, c’è da chiedersi se, per salvare la democrazia liberale fortemente minacciata, oggi occorra un genio della politica o un genio della comunicazione, o forse entrambi. In questi 24 anni, si è realizzato il passaggio dai media tradizionali (radio, TV statale, giornali), che garantivano le stesse notizie per tutti, prima alle televisioni private, che le hanno selezionate secondo l’interesse di parte, e ora ai social media, in cui ogni utente diventa a sua volta diffusore; si è così rotta l’omogeneità sociale, ma sono anche emersi i rischi per la democrazia liberale, sino al punto di mettere in discussione anche la validità dell’istituzione parlamentare. Yascha Mounk, nel suo ultimo libro Popolo vs Democrazia: dalla cittadinanza alla dittatura elettorale evidenzia come la democrazia liberale tenda a disgregarsi dappertutto per lo più a favore della democrazia illiberale, quella che pretende di essere la vera rappresentanza popolare, e talvolta di un liberalismo antidemocratico, quello che salvaguarda i diritti civili ma non l’impianto democratico. Non a caso, Bauman, nel volume pubblicato postumo dal titolo Retrotopia, sottolinea come il futuro, «inaffidabile e ingestibile» finisce alla gogna, mentre si assiste ad una rivalutazione del passato, non perché si voglia tornare indietro, ma perché in esso le speranze erano forti e apparivano realizzabili: oggi, il futuro fa paura! In un momento storico in cui si affermano processi di inconsapevole omologazione, occorre una proposta coraggiosa e fortemente innovativa che, sempre nel rispetto dei principi del liberalismo, pensi ai tanti e non solo ai pochi, consapevoli che la democrazia liberale si può salvare con un programma che ridia a tutti speranze nel presente e fiducia nel futuro, e utilizzando una forma comunicativa lineare, semplice e facilmente comprensibile: nessuno può pensare di affrontare il futuro col modo di fare politica del passato. La ribellione popolare, che si manifesta sia nel voto di protesta sia nell’astensionismo di massa, può rappresentare l’occasione per ripensare il liberalismo dell’attualità, sapendo che l’incertezza del futuro mina la fiducia nella capacità delle istituzioni liberali di uscire dalla crisi, e che la proliferazione degli affaristi in servizio permanente effettivo mina la fiducia dei cittadini verso lo Stato e genera le derive giacobine di palingenesi morale e quelle populiste delle promesse mirabolanti. Per uscire da un clima di legittimo pessimismo, alimentato da una classe politica incolta e pressapochista, occorrono quindi programmi che facciano rinascere la fiducia nelle istituzioni e nei partiti, che devono tornare a essere espressioni di filoni culturali che sono, di per sé, garanzia dei futuri comportamenti. E per salvare la democrazia liberale, occorre un nuovo soggetto politico e un modo, semplice e chiaro, di trasmettere il messaggio politico, tale da rassicurare i cittadini per il futuro loro e dei loro figli sottraendoli al mercato della protesta senza sbocco. L’obiettivo è quello di cambiare l’Italia, attuando finalmente quella rivoluzione liberale, nell’ultimo ventennio attesa, promessa e tradita, proprio per la mancanza di una forza liberale organizzata, cui toccava di suonare l’allerta rispetto al sorgere dei nuovi totalitarismi, e di consolidare la nascita di una società di tutti e per tutti, di “massa-non massa”, secondo la denominazione cara a Giovanni Malagodi, e cioè “di massa” perché generalizzata, e “non di massa”, perché costituita da cittadini autonomi, responsabili e attivi partecipi del potere sociale e politico. Un cambiamento che potrà realizzarsi se riusciremo ad ascoltare e coinvolgere i cittadini, specie quelli che si sono allontanati dalla politica e si sono rifugiati nell’astensione, con proposte ragionevoli capaci di coniugare mercato e solidarietà, di dare risposte al disagio giovanile della disoccupazione e del precariato, di invertire la discesa del ceto medio verso la quasi-povertà, di assicurare un welfare diffuso ed efficiente, correggendo le ineguaglianze immeritate. Ma è evidente che nulla del genere sarà possibile senza una scossa adrenalinica che faccia ripartire la crescita economica, che alla mano pubblica è impedita dal peso di un mostruoso debito pubblico, e che quindi tocca all’impresa privata di alimentare, liberandola da costi previdenziali e vincoli normativi che ne ostacolano la crescita., mentre un ruolo fondamentale tocca alla burocrazia, che, pur con qualche lodevole eccezione, sembra spesso preoccupata di frenare ogni iniziativa imprenditoriale, invece di apparire ed essere strumento di equilibrio sociale, capace di assicurare la libera competizione degli operatori economici e di garantire il rispetto delle regole. In quest’ottica, nessuno può pensare di restare ”au dessu de la mêlée” e gli intellettuali, per primi, insieme ai sostenitori della iniziativa privata, debbono uscire “dall’Arcadia del disimpegno”, come direbbe ancora oggi Norberto Bobbio. Occorre un tink-tank liberale, capace di influenzare l’opinione pubblica ”corrotta“ e ingannata da parole d’ordine che si rifanno a idee pericolose, e capace di diffondere le idee liberali affermando ”la loro superiorità intellettuale“ rispetto ad altre idee politiche, con le quali occorrerà poi confrontarsi per trovare una sintesi virtuosa. Ancorché non molto amato dai liberali classici, in questo ci soccorre Ludwig Von Mises, quando afferma che il liberalismo non è stato sconfitto sul piano delle idee, né superato da idee politiche migliori, ma dall’incapacità di molti di riconoscere alcune idee come sbagliate e pericolose, e dall’incapacità dei liberali di contrastare questo errore, avendo rinunziato al loro compito di indurre le maggioranze ”a pensare correttamente”. Quanto accade nel nostro Paese ci rammenta che la ragione non illumina sempre la società, e che il liberalismo non è una conquista definitiva, come aveva inizialmente immaginato Francis Fukuyama nel suo famoso libro La fine della Storia. Riflettiamo, quindi, su ciò che occorre fare, qui e ora, per reintrodurre nella società italiana quel tasso di liberalismo che è sino ad ora mancato. Ora è il momento!”

di Pippo Rao

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