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Una Legge Elettorale dalla parte dei cittadini

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legge elettorale

Estratto dal libro “Il gioco della democrazia. La democrazia in gioco” edito dalla Fondazione Luigi Einaudi Onlus e acquistabile su IBS al seguente link: https://www.ibs.it/gioco-della-democrazia-democrazia-in-libro-vari/e/9788894349405

1. Introduzione
Le caratteristiche istituzionali essenziali di una democrazia liberale sono due: sotto il profilo costituzionale, una Carta fondativa che assicuri la limitazione del potere attraverso la separazione, l’equilibrio e il coordinamento tra gli organi essenziali dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario), il che non comporta separatezza ma reciproca e sostanzialmente paritaria cooperazione, come garanzia che nessuno dei poteri possa prevaricare sull’altro; e, sotto il profilo elettorale, una legge che assicuri in ogni momento la contendibilità del potere, in termini di neutralità rispetto agli attori della politica, così che nessuno, una volta che abbia conquistato il governo, possa abusarne e assicurarselo nel futuro anche contro la volontà dei cittadini. Superati fortunatamente, per merito della volontà referendaria del popolo, gli attacchi che negli ultimi dieci anni, da opposte parti politiche, sono stati portati alla nostra Costituzione, e soprattutto alla sua seconda parte, quella più propriamente liberale – alla quale, se proprio si vuole, basterebbe apportare qualche mirata e specifica revisione, specie nel suo titolo quinto, fatto oggetto della superficiale riforma del 2001, poi approvata nell’indifferenza generale – è ora il caso di affrontare la questione della legge elettorale, l’altro pilastro su cui si fonda ogni democrazia liberale.
Come una buona Costituzione, qual è certamente la nostra, è in grado di condizionare le leggi elettorali – ed è ciò che è avvenuto nel recente passato cogli incidenti di costituzionalità che hanno dato luogo alle sentenze della Corte Costituzionale n. 1-2014 (sul c. d. porcellum) e n. 35-2017 (sul c. d. italicum) – così non meno importante è una buona legge elettorale, che a sua
volta è in grado di determinare l’assetto costituzionale, come abbiamo potuto constatare nella legislatura che si è appena conclusa, quando una legge elettorale maggioritaria come il “porcellum” ha generato per poche migliaia di voti un Parlamento non rappresentativo, che si è poi fatto lecito di modificare la Costituzione.
Nell’occasione, è potuto accadere che sia stato dimenticato l’antico monito di Einaudi, quando affermava che “una maggioranza la quale sia tale soltanto perché una legge l’ha trasformata da minoranza in maggioranza, non può non eccitare ira ed avversione nel corpo elettorale”, aggiungendo poi che “la massima contrarietà sarebbe eccitata da una norma di legge la quale dichiarasse che deve essere attribuito un premio a quella lista o combinazione di liste la quale raggiungesse almeno il 40 o 45 od anche il 48 o 49 per cento dei voti validi”.
Dopo tre pessime leggi elettorali (porcellum, italicum, rosatellum), – tutte approvate dal Parlamento nell’esclusivo interesse, di volta in volta, dei partiti che le hanno confezionate e dei governi che le hanno imposte, anche attraverso l’uso improprio della questione di fiducia, e altrettante volte prima sospettate, poi impugnate e infine censurate per incostituzionalità – si avverte l’esigenza di un sistema elettorale che abbia lo scopo di restituire a ciascun cittadino il diritto effettivo di eleggere direttamente il proprio parlamentare con voto “personale ed eguale, libero e diretto” (artt. 48, 56 e 58 Cost.), rendendo concreta la possibilità effettiva di accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (art. 51 Cost.), e così ricreando tra elettori e candidati quel rapporto personale che è la migliore garanzia per riportare milioni di cittadini ad adempiere al dovere civico di votare (art. 48 Cost.) e per indurre parlamentari e governanti a esercitare le loro pubbliche funzioni con dignità e onore (art. 54 Cost.).

2. Il sistema elettorale suggerito da Einaudi.
Per conseguire gli obiettivi prefigurati nella Costituzione, sembra naturale che, nell’ambito di un lavoro promosso dalla Fondazione Einaudi, si tragga ispirazione da ciò che, or sono più di sessanta anni, fu proposto proprio da Luigi Einaudi, nelle indimenticabili pagine dello Scrittoio del Presidente, nel quale, dopo avere esaminato i possibili sistemi elettorali capaci di garantire la vita e lo sviluppo di una vera Democrazia Liberale, finì per optare per una variante semplificata del sistema del voto alternativo (VA), già allora in uso in alcuni paesi di cultura occidentale (per l’elezione presidenziale in Irlanda, per alcuni parlamenti locali in vari stati australiani e in alcuni enti locali americani, inglesi e neozelandesi, per le elezioni suppletive in Irlanda e Scozia), definendo i tratti essenziali di un sistema di voto che lo stesso Einaudi definì allora come “voto suppletivo” o “ballottaggio preventivo”, e che viene oggi usato per eleggere il sindaco di Londra. Più di recente, alcuni parlamentari di notoria fede liberale lo hanno riproposto, purtroppo senza fortuna, come ha fatto prima Valerio Zanone nella XIa Legislatura (PDL 2052-C del 18.12.1992) soltanto per la Camera, e poi Enrico Musso nella XVIa Legislatura (DDL 2357-S del 06.10.2010), e questa volta per entrambe le Camere.
Verso un analogo modello risultano indirizzate nella penultima Legislatura anche le iniziative dei senatori Ceccanti e Ichino (DDL 2312-S del 30.07.2010), i quali, raccogliendo il suggerimento del politologo francese Maurice Duverger in un suo libro del 1988, hanno proposto un sistema un po’ più complicato, che ricalca pedissequamente il voto alternativo australiano (full preferential vote) per il quale, se nessun candidato consegue la maggioranza assoluta con le sue sole prime preferenze, viene scartato l’ultimo candidato e le seconde preferenze espresse sulle sue schede a favore degli altri candidati vengono sommate alle rispettive prime preferenze, e così via, scartando e sommando, sino a che un candidato raggiunge la maggioranza assoluta.
Quello del voto alternativo è poi lo stesso sistema che i liberali inglesi, dopo il successo conseguito alle elezioni del 2010 col 23 % dei voti, tentarono di introdurre nel Regno Unito attraverso il referendum del 2011, con una proposta che poi, forse anche per la bassa affluenza (41,97 %), naufragò nel voto degli elettori (favorevole il 32,1 % dei votanti, contrario il 67,9 %) per l’ovvia ostilità di conservatori e laburisti, timorosi di perdere quel monopolio alternativo del potere che si perpetua dal 1923, l’epoca dell’ultimo premier liberale inglese David Lloyd George.
Quella che segue è un’ipotesi di scheda elettorale in cui, per semplicità, figurano solo tre candidati (e i rispettivi supplenti), a ciascuno dei quali l’elettore può attribuire una preferenza principale oppure una preferenza secondaria, con l’avvertenza che sarebbe nulla la scheda che attribuisce entrambe le preferenze allo stesso candidato come anche quella che attribuisce la sola preferenza secondaria, mentre resta possibile attribuire soltanto la preferenza principale:


CANDIDATO 1 preferenza principale preferenza secondaria
1° Supplente
2° Supplente
CANDIDATO 2 preferenza principale preferenza secondaria
1° Supplente
2° Supplente
CANDIDATO 3 preferenza principale preferenza secondaria
1° Supplente
2° Supplente

Se un candidato ottiene la maggioranza assoluta con le prime preferenze (first choise), viene senz’altro proclamato eletto; altrimenti si opera un ballottaggio istantaneo tra i primi due candidati, aggiungendo alle loro prime preferenze, le seconde preferenze (second choise) conseguite da ciascuno di essi sulle schede degli altri candidati esclusi dal ballottaggio; all’esito del conteggio, viene proclamato eletto quello dei due che totalizza il maggior numero di prime e seconde preferenze, anche se non ha raggiunto la maggioranza assoluta dei voti.
All’esito, come osserva Einaudi al termine del suo ragionamento, “riuscirà il candidato il quale fruirà della somma delle maggiori simpatie positive e delle minori antipatie negative. Ed il risultato sembra rispondere abbastanza bene all’esigenza di rispecchiare quella entità complessa che è la volontà nazionale”. Rispetto all’impianto delle tradizionali proposte liberali, l’esperienza degli ultimi venti anni suggerisce poi di apportare alcune significative innovazioni.

3. La giustiziabilità del procedimento elettorale preparatorio
Ferma restando l’autodichia delle Camere in ordine alla convalida deglieletti e alle cause sopraggiunte d’ineleggibilità e incompatibilità (art. 66 Cost.), si ravvisa l’opportunità di coprire il vuoto giurisdizionale esistente nella fase di presentazione delle candidature, originato dalla mancata attuazione della previsione legislativa (art. 44, L. 69/2009), con cui il Governo era stato delegato a introdurre la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo nelle controversie concernenti gli atti del procedimento preparatorio anche per le elezioni politiche, che è quindi rimasto affidato all’approssimativa competenza degli uffici elettorali, a differenza di quanto già oggi avviene per tutti gli altri tipi di elezioni (da quelle amministrative a quelle europee), per le quali è invece possibile attivare un accelerato contenzioso dinanzi all’Autorità Giudiziaria Amministrativa (art. 126 e segg. D. Lgs. 104/2010).
E’ noto in proposito che gli Uffici Elettorali, ancorché costituiti da magistrati, sono considerati organi amministrativi e non giurisdizionali (Corte Cost. sent. 259/2009; Cass. SS. UU. sent. 172/1999, ord. 8118 e 8119/2006), con conseguente impossibilità di sollevare in quella sede incidenti di costituzionalità.
Ne consegue la persistenza nell’ordinamento di una c. d. “zona franca”, la cui inammissibilità in via generale, è stata affermata dalla Corte Costituzionale con la nota sentenza n. 1/2014 che ha per la prima volta affrontato e deciso le questioni sollevate in relazione alla legge elettorale 270-2005 (il c. d. porcellum). Si tratta di un vuoto normativo che oggi di fatto vanifica una ragionevole garanzia giurisdizionale dinanzi a un giudice terzo e imparziale (art. 111, comma 2, Cost.) in una fase estremamente delicata, quale quella pre-elettorale, che è destinata a consolidare la proposta politica su cui il corpo elettorale è chiamato a pronunziarsi.

4. Il collegamento tra candidato e territorio
Specie in quest’ultima occasione elettorale, abbiamo dovuto assistere alla presentazione di molte candidature assolutamente slegate dal rispettivo collegio, spesso paracadutate sul territorio all’ultimo momento, suscitando lo sconcerto degli elettori e talvolta anche degli stessi candidati, che sono stati trascinati da una parte all’altra in relazione alle mutevoli esigenze dei rispettivi leader di partito, senza alcun rispetto per un minimo di informazione preventiva dell’opinione pubblica interessata. A questo fenomeno, che oltretutto esercita una qualche incidenza anche sulla crescente tendenza all’astensione, può supplire, nella nostra proposta, la formulazione delle pre-candidature, che tuttavia, in ragione della tempistica elettorale, non possono essere eccessivamente anticipate rispetto al momento delle votazioni. Da qui l’opportunità di rafforzare il radicamento del candidato al territorio, prevedendo di collegare la candidatura alla residenza nel collegio elettorale nell’anno che precede l’ordinaria tornata elettorale, salvo prescinderne nel caso di elezioni anticipate, in modo da consentire al potenziale candidato di prendere contatto coi cittadini del collegio nel quale intende proporsi e dai quali intende farsi supportare.

5. Il trasformismo parlamentare della seconda repubblica
La legislatura appena conclusa, nei suoi 57 mesi di vita (calcolati sino allo scorso dicembre) ha evidenziato la crescita abnorme del trasformismo parlamentare, con 347 parlamentari (207 deputati, 140 senatori, il 35,53 % degli eletti) che sono passati da un gruppo all’altro, e molti anche più volte, sino a totalizzare 566 cambi di casacca, con una media di 9,58 cambi al mese, raddoppiata rispetto alla legislatura precedente, nella quale la media dei cambi era stata di 4,5 cambi al mese. Si tratta di un fenomeno deteriore, che era stato assolutamente marginale in tutta la durata della c. d. prima Repubblica, le cui undici legislature hanno conosciuto pochi cambi. E, anche in quei pochi casi, i cambi si orientavano verso formazioni politiche assai contigue, ed erano quasi sempre originati da sofferte crisi di coscienza o da svolte politiche maturate a seguito di complessi e tormentati percorsi caratterizzati da qualche disegno politico (nella prima fase, in particolare, per il declino dei monarchici e la scissione socialista, nell’ultima per il passaggio al sistema maggioritario) e poi quasi sempre sanzionati con la scomparsa dei protagonisti dalla scena pubblica.
Il massiccio trasformismo politico, al di là dei riferimenti ad altre più antiche epoche storiche da cui il nome origina, può quindi essere considerato un fenomeno tipico della c. d. seconda Repubblica, e ha fortemente contribuito ad alimentare il discredito dell’istituzione parlamentare, finendo per dare apparente motivazione al virulento attacco che alcune forze politiche stanno
portando alla libertà del mandato parlamentare (art. 67 Cost.), con la proposta d’introdurre nell’ordinamento costituzionale un vincolo che metterebbe una pietra tombale sulla concezione pubblicistica della funzione parlamentare, facendola regredire verso una concezione privatistica tipica dell’ancien régime, e che, nella versione autoritaria moderna, metterebbe il parlamentare all’esclusivo servizio del partito di riferimento e, in definitiva, del suo occasionale leader, come prevedevano le costituzioni sovietiche del 1936 e del 1947, che per l’appunto affidavano alle strutture di base del PCUS, e con voto palese, il potere di fare decadere il parlamentare ritenuto infedele al partito.

6. Una riflessione sul c. d. “power of recall”
Siamo convinti che la libertà del mandato parlamentare sia un presidio essenziale in una democrazia liberale, e che quindi esso vada preservato anche per l’avvenire; tuttavia, ciò non significa che non sia possibile riflettere su alcune cautele per verificare che eventuali mutamenti di opinione dei singoli parlamentari rispondano a effettive crisi di coscienza e non a meri interessi personali. Mentre è compito dei regolamenti parlamentari di introdurre alcune specifiche e mirate norme sulla formazione dei gruppi, per farli in qualche modo corrispondere alla proposta politica che si è materializzata attraverso il voto degli elettori – com’è già stato fatto con la recente modifica del Regolamento del Senato per disincentivare i cambi di gruppo – si potrebbe anche riflettere sull’opportunità di introdurre una specifica normativa che consenta di sanzionare la palese gravissima scorrettezza di qualche comportamento individuale (il c.d. “wrongdoing”) attraverso una verifica di natura popolare, e così anche sottraendo il parlamentare all’automaticità di alcuni provvedimenti giudiziari e alla discrezionalità degli avversari politici. Se questa preoccupazione fosse condivisa, si potrebbe allora introdurre anche in Italia l’istituto del c. d. “power of recall”, già in uso in alcuni Stati USA (California, Montana, Arizona, Nevada), e in molti paesi (alcuni cantoni svizzeri, alcuni Länder tedeschi, nelle assemblee locali giapponesi, e in Lichtenstein, Argentina, Filippine, Venezuela, Sud Corea, Taiwan), prevedendo che, in specifici casi particolarmente rilevanti, un congruo numero di cittadini elettori possa chiedere di riaprire la procedura elettorale nel rispettivo collegio, e però anche consentendo al parlamentare contestato di affrontare nuovamente il giudizio dei suoi elettori in apposite elezioni suppletive, superate positivamente le quali anche i provvedimenti giudiziari resterebbero sospesi sino alla scadenza del mandato rinnovato. Si tratta di un istituto inizialmente proposto in U. K., nel 2009, dal parlamentare liberaldemocratico Lord Tyler, poi ripreso dal deputato conservatore Douglas Carswell, quindi inserito nel Manifesto elettorale liberaldemocratico del 2010 e nel successivo Accordo di coalizione firmato da Nick Clegg e David Cameron, e infine approvato dal Parlamento inglese (recall of MPS Act 2015), in cui per l’appunto si prevede la possibilità di tale procedura in alcuni specifici casi (condanna penale, prolungata sospensione dalle funzioni, falsità nella rendicontazione delle spese).
Nel nostro ordinamento, il recall potrebbe essere utilizzato, almeno inizialmente, nel caso in cui il parlamentare fosse colpito da una misura cautelare e/o da una condanna penale di natura restrittiva, così restituendo la sua sorte al collegio che l’ha eletto, piuttosto che lasciarla alla discrezione della rispettiva Camera, salvo valutare in prosieguo, alla luce dell’esperienza, la possibilità di estenderlo anche a taluni comportamenti che, pur non sanzionati penalmente, possano apparire particolarmente riprovevoli. Tuttavia, siccome l’introduzione di tale istituto, oltre a impattare sulla previsione dell’art. 3 della L. 235/2012 (c. d. Legge Severino), che regola i casi d’incandidabilità sopravvenuta nel corso del mandato parlamentare, sconta la necessità di una qualche modifica costituzionale dell’art. 66 Cost., l’istituto del recall non forma oggetto di questa proposta di legge, che ha natura ordinaria, e potrà essere eventualmente ripreso in futuro, anche alla luce della necessità di rivisitare l’attuale art. 68 della Costituzione.

7. La legge elettorale europea.

Il Parlamento europeo è l’unica istituzione dell’Unione europea eletta direttamente e a suffragio universale dai circa 500 milioni di cittadini europei; è composto da 751 deputati eletti ogni cinque anni nei 27 Stati membri, e che, una volta eletti, si dividono secondo gruppi organizzati in funzione delle loro affinità politiche (attualmente sono otto), e non per gruppi nazionali.
Come è noto, il trattato di Lisbona (2009) ha rafforzato i poteri legislativi del Parlamento europeo, estendendo la procedura di co-decisione, che mette il Parlamento sullo stesso piano del Consiglio nell’esercizio della funzione legislativa. L’attuale Parlamento Europeo è stato eletto in una tornata elettorale che si è svolta per la prima volta unitariamente, in tutti i paesi, tra il 22 il 25 maggio 2014, e tuttavia con sistemi elettorali molto diversi da paese e paese. Alle elezioni del 2014 l’Italia ha eletto 73 deputati, con un sistema proporzionale in collegio unico nazionale, su liste concorrenti presentate nell’ambito di cinque circoscrizioni interregionali, con la possibilità di esprimere da una a tre preferenze in relazione alla vastità della circoscrizione. All’esito elettorale, vengono ammesse al riparto dei seggi, sulla base del sistema dei quozienti interi e dei maggiori resti, le liste che hanno conseguito sul piano nazionale almeno il 4% dei voti validi; i seggi conseguiti da ciascuna lista sono quindi riassegnati alle circoscrizioni in proporzione ai voti ottenuti in ciascuna di esse, e, una volta che sia stato determinato il numero dei seggi spettanti a una lista in ciascuna circoscrizione, sono proclamati eletti i candidati in ordine di preferenza.
In conseguenza della c. d. Brexit, e sulla base di una decisione del Parlamento ora all’esame del Consiglio, alle elezioni del prossimo anno, dei 73 seggi spettanti al Regno Unito, 27 verranno redistribuiti agli altri paesi, e così l’Italia passerà da 73 a 76 deputati, mentre gli altri 46 saranno tenuti di riserva per consentire la rappresentanza di altri paesi che potranno in futuro aderire all’UE. La questione della soglia di accesso, introdotta in Italia solo nel 2009, ma altrove presente da tempo, è stata in particolare affrontata dal Tribunale Costituzionale tedesco con la sentenza del 9 novembre 2011, che ha dichiarato incostituzionale la soglia del cinque per cento allora prevista in quella legislazione, e poi ancora con altra sentenza del 26 febbraio 2014, che ha dichiarato l’incostituzionalità anche della più bassa soglia del tre per cento nel frattempo introdotta, e in entrambi i casi per il mancato rispetto dell’eguaglianza e delle pari opportunità tra le forze politiche e in assenza della necessità di garantire una qualche governabilità, posto che il Governo dell’UE non scaturisce dal Parlamento ma risiede nella Commissione, che a sua volta nasce da un accordo tra i governi nazionali.
La soglia di sbarramento del 4%, che non era mai esistita nella Legge 18/1979 che ha sin dall’inizio regolato in Italia l’elezione dei parlamentari europei, è stata introdotta con la legge n. 10/2009, proprio alla vigilia di quelle elezioni, ed è stata già portata dal Tribunale ordinario di Venezia all’attenzione della Corte Costituzionale, che tuttavia, con la sentenza n. 110/2015, senza entrare nel merito, ha ritenuto la questione come inammissibile perché sollevata al di fuori del giudizio amministrativo che, a partire dalla Novella del
2010, consente di impugnare sia le fasi preparatorie sia i risultati delle elezioni europee.
La Corte Costituzionale è tornata sulla questione con la sentenza n. 165-2016, a seguito di ordinanze emesse dai Tribunali ordinari di Cagliari e di Trieste, che hanno censurato l’esenzione dalla soglia per le liste rappresentative delle tre classiche minoranze linguistiche (francese, tedesca e slovena), ancora una volta confermando la precedente decisione d’inammissibilità e con analoga motivazione. La questione è però ancora sub iudice, perché nell’agosto del 2016 il Consiglio di Stato ha nuovamente dubitato della legittimità costituzionale della soglia, sollevando la questione dinanzi alla Consulta, e questa volta proprio nell’ambito di un giudizio ammnistrativo avverso i risultati delle elezioni del 2014, il che dovrebbe consentire di superare il vaglio dell’ammissibilità. In ragione dell’obiettivo di riportare il cittadino-elettore al centro di ogni competizione elettorale, mediante nuovi e più agevoli meccanismi di accesso alla politica, questa clausola di sbarramento appare assolutamente irragionevole, e quindi, pur nella fiduciosa attesa di una sentenza costituzionale che risolva il problema, sembra opportuno introdurre nella presente proposta la sua eliminazione. La ragione è quella stessa che ha portato il Tribunale Costituzionale tedesco a ritenere incostituzionali, per ben due volte, le soglie già previste dalla legge elettorale tedesca: in un sistema istituzionale in cui non vi sono esigenze di governabilità, è necessario ristabilire la possibilità di accesso al Parlamento europeo, senza limiti che pregiudichino la capacita rappresentativa del pluralismo politico esistente in Europa.

8. Le leggi elettorali vanno approvate per tempo
L’opportunità di proporre questo complessivo sistema all’attenzione dell’opinione pubblica nella fase iniziale dell’attività del nuovo Parlamento, nasce dalla considerazione che la normativa elettorale deve avere una sua consustanziale stabilità, e che, quando si avverte la necessità di modificarla, lo si debba fare con congruo anticipo rispetto alle elezioni successive, in modo che i cittadini abbiano il tempo di prendere confidenza con le nuove norme, e i soggetti politici, quelli già esistenti e quelli che potrebbero nascere, siano a loro volta messi in grado di attrezzarsi per tempo all’impegno elettorale. Si tratterà così di ottemperare, e per la prima volta, al Codice di Buona Pratica Elettorale, elaborato il 18 e 19 ottobre 2002 dalla Commissione di Venezia (allora presieduta dall’ex Presidente della nostra Corte Costituzionale Antonio La Pergola), e approvato dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il 30 gennaio 2003 e dal Comitato dei Ministri il 13 maggio 2004, nel quale viene considerata come grave vulnus all’ordinamento democratico la pratica di approvare leggi elettorali sul finire di una legislatura.
Suggerimenti questi che sono rimasti sempre ignorati dai legislatori italiani quando hanno fatto esattamente il contrario, prima col c. d. mattarellum sul finire del 1993, e poi col c. d. porcellum sul finire del 2005, e da ultimo col c.d. rosatellum sul finire del 2017, ogni volta proprio in prossimità delle elezioni successive (gli orrendi latinismi sono usati per facilitarne la comprensione). E, se anche può essere considerata democraticamente compatibile la riforma del 1993, che nasceva anche dal referendum appena celebrato, va invece considerata inammissibile la tempistica delle riforme successive, chiaramente fatte all’unico scopo di avvantaggiare o ostacolare qualcuna delle forze politiche in campo.

9. Le principali previsioni del disegno di legge
• Collegi uninominali corrispondenti al numero dei parlamentari da eleggere (618 per la Camera, 309 per il Senato), e quindi di piccole dimensioni (circa 100.000 abitanti per la Camera, circa 200.000 per il Senato), che consentono la conoscibilità dei candidati, dei loro comportamenti passati, dei loro orientamenti ideali e programmi politici;
• chi intende proporsi come candidato premier deve dichiararlo preventivamente e poi supportare la candidatura con le firme di un piccolo numero di elettori o di esponenti delle istituzioni elettive (Comuni, Provincie, Regioni, Parlamento);
• ciascun cittadino può proporsi come candidato, anche senza alcun collegamento di partito, presentando la propria candidatura nel solo collegio di residenza dell’ultimo anno precedente le elezioni, salvo deroga nel caso di elezioni anticipate di oltre un anno rispetto alla naturale scadenza;
• conseguente divieto di candidature multiple, slegate dal territorio di residenza;
• ciascuna candidatura deve essere supportata dalla garanzia di serietà costituita da un piccolo numero di firme e/o dal deposito di una modesta cauzione (p. e., tra 500 per la Camera, 1.000 euro per il Senato), che andrà persa in mancanza del raggiungimento di una piccola percentuale (p. e. 1%) dei voti del collegio;
• facoltà per i candidati di formulare un programma, anche parziale, e/o di collegarsi ad un candidato alla Presidenza del Consiglio e al suo programma di governo;
• candidatura contestuale di due candidati supplenti (in ordine diverso di genere) per ciascun candidato effettivo, in modo da costituire una sorta di ticket elettorale che azzera il rischio e il costo di elezioni suppletive;
• indicazione sulla scheda del nome e della foto del candidato, con eventuale collegamento a un partito e/o a un candidato che si sia proposto come premier;
• ordine dei candidati sulla scheda determinato dal sorteggio;
• ciascun elettore può esprimere sino a due voti preferenziali in ordine di priorità (c. d. voto posizionale) ai candidati che competono nel collegio;
• il candidato che con le prime preferenze raggiunge il 50% più uno dei voti viene proclamato eletto;
• in mancanza, si procede al ballottaggio istantaneo tra i primi due candidati, alle cui prime preferenze vengono sommate le seconde preferenze da ciascuno di essi ottenute nei voti espressi per gli altri candidati, e la maggiore somma delle prime e delle seconde preferenze di uno dei due ne determina l’elezione;
• s’introduce un contenzioso amministrativo accelerato contro le decisioni di accettazione e ricusazione di simboli e candidature nella fase pre-elettorale.

10. I principali obiettivi del disegno di legge
• I partiti restano liberi di presentare candidati in tutti i collegi, esponendo anche il rispettivo simbolo;
• può presentare la propria candidatura anche un singolo cittadino che abbia un minimo di consenso preventivo, pur senza un partito di riferimento;
• si mette così in discussione il monopolio dei partiti esistenti e si favorisce la nascita di nuove offerte politiche;
• i candidati sono espressione del territorio e non sono possibili candidature paracadutate;
• i partiti sono indotti a proporre i migliori candidati possibili;
• e gli elettori possono scegliere i due candidati a loro giudizio migliori, in ordine di preferenza;
• si ottiene così uno stretto collegamento tra elettori ed eletti;
• si riduce il livello dell’astensionismo;
• si realizza un doppio voto ma in un solo turno, e si evitano le criticità del secondo turno (p. e., costi, mercanteggiamento, voto contro);
• i parlamentari eletti sono i più graditi o comunque i meno sgraditi dagli elettori del collegio;
• risultano molto contenuti i costi delle campagne elettorali sia per i candidati sia per i partiti;
• all’esito delle elezioni, ciascun candidato alla premiership può sapere esattamente su quanti parlamentari può contare a supporto della sua candidatura, agevolando le determinazioni del Capo dello Stato, che ovviamente resta libero di assumere le opportune determinazioni (art. 92 Cost.);
• si evitano eventuali votazioni suppletive in ogni caso di vacanza;
• si estendono al procedimento elettorale preparatorio delle elezioni politiche le garanzie del giusto processo oggi previste per tutti gli altri tipi di elezione.

11. Conclusioni
Quello proposto è un sistema che mette fine al Parlamento dei nominati a opera dei rispettivi leader di partito, ripristina il Parlamento degli eletti da parte dei cittadini, consente di controllare politicamente il comportamento dei parlamentari, che diventano responsabili di fronte ai propri elettori, e assicura il massimo di contendibilità e di controllo del potere.
Un sistema, cioè dalla parte dei cittadini, che tende a fermare la deriva leaderistica e proprietaria della seconda repubblica, e, mentre valorizza il radicamento territoriale e le potenzialità del cittadino che voglia giocare anche singolarmente la sua partita politica, conferma anche il ruolo generale dei partiti, che, secondo la funzione disegnata nella Costituzione, sono le organizzazioni fondamentali attraverso cui i cittadini si associano per concorrere a determinare la politica nazionale, sempre che lo vogliano.
Un sistema, in definitiva, che mira a bloccare e invertire la spirale crescente dell’astensionismo e restituisce ai cittadini la voglia di partecipare, messa in discussione dalle ultime leggi elettorali, memori, come siamo, di uno dei tanti aforismi di Robert Sabatier, secondo cui “c’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino, e consiste nel togliergli la voglia di votare”.

Di Enzo Palumbo

Estratto dal libro “Il gioco della democrazia. La democrazia in gioco” edito dalla Fondazione Luigi Einaudi Onlus e acquistabile su IBS al seguente link: https://www.ibs.it/gioco-della-democrazia-democrazia-in-libro-vari/e/9788894349405

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