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L’esercito dei selfie

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esercito dei selfie

Come la sinistra, da partito di piazza, si è trasformata in movimento della irrilevanza. 

Nel tempo in cui gli ideali vengono meno, non resta altro che aggrapparsi alle idee. Le idee possono essere buone o meno buone e la loro attuazione può avere luogo tramite associazioni, movimenti o partiti. Questi ultimi, seppur in crisi, restano i primari strumenti di trasmissione tra le istanze dei cittadini e le istituzioni.
Se poi il meccanismo dei partiti si rompe del tutto, non resta altro che aggrapparsi alle sole idee, e in tempo di crisi di consensi si può fare ricorso anche a quelle più insensate. Nei giorni scorsi una certa sinistra ─ quella radical chic, quella detentrice della verità assoluta, quella allergica alla critica ─ ha lanciato l’idea malsana, con l’avallo della sinistra cattocomunista di matrice ‘donciottiana’, di sensibilizzare tutti sul tema dell’accoglienza per ‘fermare l’emorragia di umanità’. In che modo? Un selfie è più che sufficiente!
Sì, avete capito bene. Un selfie.

Qual è lo scopo? Metterci “la faccia” a difesa della dignità dell’uomo. La sinistra delle battaglie per allargare i diritti (in modo figurato), quella che ama talmente tanto i poveri che quando governa li aumenta, condannata (ora più che mai!) all’irrilevanza politica per aver dato preminenza alle parole e non ai fatti, sta trasformando i valori universali, che rappresentano veri e propri pilastri di qualsivoglia sistema democratico, in becero tifo da stadio, i cui tifosi sono ultras molto attivi sui social, veri e propri ‘leoni da tastiera’ che, a suon di post, aggrediscono in modo irriverente chi non si uniforma o semplicemente chi osa disseminare un po’ di sano ‘dubbio’. Tutto ciò, ahimè, impone una riflessione. Perché se è vero, come è vero, che la democrazia è ‘libero confronto’ di idee e programmi, è anche vero che i suoi nemici sono, da un lato, il nichilismo del puro potere e, dall’altro, l’assolutismo della verità dogmatica. E lo stato di salute della democrazia (anche della nostra, si intende) è in bilico tra questi opposti pericoli. Senza dubbio siamo tutti migranti: in questa vita o in un’altra; in questa generazione o in quelle precedenti. Per questo bisogna idealmente proiettarsi nel sentimento di chi cerca solo di vivere una vita dignitosa per (tentare di) comprendere quale sia lo stato d’animo di chi fugge da guerra e disperazione.

Forse sembrerò fuori tempo, ma come possono temi così delicati essere banalizzati a colpi di selfie? Come può essere strumentalizzata l’immagine dolorosa del piccolo Aylan, il bambino annegato dopo il naufragio del barcone carico di profughi nelle rive di Bodrum, in Turchia?
Quella foto, impressa nelle menti e nei cuori di tutti, deve essere espressione di quei concetti universali propri di uno stato liberale che sono il diritto alla vita, alla dignità e alla felicità. Questi principi, che devono divenire diritti valevoli per tutti, non possono e non devono essere banalizzati con un selfie.
La sinistra delle battaglie di piazza è ormai un lontano ricordo. Non resta altro che dare un caloroso benvenuto alla nuova sinistra, al nuovo esercito del selfie.

Di Samuele Tardiolo

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