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La giustizia decide di non decidere

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giustizia

Con ordinanza pronunziata sin dal 14 marzo u.s. ma comunicata soltanto il 2 maggio, dopo ben 50 giorni, il Tribunale di Messina ha dichiarato inammissibili nel presente giudizio le censure proposte con riferimento allo ius superveniens ((la L. 165-2017, c. d. rosatellum), per cessazione della materia del contendere con riferimento alla L. 52- 2015 (c. d. italicum), compensando le spese del giudizio in ragione della novità delle questioni all’esame..
Rammento in proposito che nel giudizio in questione, attivato sin dal novembre del 2015 nei confronti dell’italicum e poi, dopo la sentenza 35- 2017, proseguito anche nei confronti del rosatellum che ne aveva preso il posto, alcuni volenterosi cittadini messinesi (tra i quali, io stesso) avevano riproposto l’iniziale domanda di merito per ottenere una pronunzia che dichiarasse il loro diritto di esercitare il voto in termini costituzionalmente corretti, e avevano sollevato in via incidentale cinque nuove questioni di
costituzionalità, evidenziando in particolare:

1) la violazione della normalità dell’iter legislativo;

2) l’irragionevolezza della soglia del 3% per l’accesso sia alla Camera sia al Senato;

3) l’irragionevolezza e la contraddittorietà intrinseca del calcolo nazionale della soglia del 3% per l’accesso al Senato rispetto
alle ben più alte soglie naturali regionali per l’attribuzione effettiva dei seggi;

4) l’irragionevolezza e la contraddittorietà intrinseca del voto congiunto e del suo imprevedibile trasferimento tra collegi diversi verso altri territori elettorali;

5) l’irragionevolezza dell’esenzione dalle firme di presentazione delle liste, alcune esentate del tutto, altre solo un po’, magari col ricorso a qualche artificiale marchingegno.

Quando mi sono trovato ad affrontare la questione nel contraddittorio con l’Avvocatura dello Stato mi sono scontrato con un’eccezione preliminare d’inammissibilità per intervenuta cessazione della materia del contendere, sulla considerazione che il ricorso del 2015 era stato rivolto contro la legge 52-2015, il c. d. italicum, che più non esisteva essendo stata sostituita dalla nuova legge 165-2017 c. d. rosatellum.
Tutti coloro che hanno un po’ di pratica nella materia, sanno che questione di merito (nella specie, la lesione al diritto di voto) e questione incidentale di costituzionalità (nella specie, la legge elettorale che legittima e consente la lesione) sono cose assolutamente diverse, essendo la seconda solo strumentale alla decisione della prima, e potendo essere posta in ogni momento nel corso del giudizio di primo grado, anche rispetto a una legge sopravvenuta, in termini che sono stati considerati perfettamente ammissibili anche da una recentissima decisone della Consulta (sentenza n. 250-2017), resa in un caso assolutamente speculare, in cui erano intervenute nuove disposizioni legislative, rispetto alle quali erano state sollevate nuove questioni che la Corte ha ritenute ammissibili, valutandole sotto i nuovi profili sollevati ex novo nel giudizio di merito.
Che è poi ciò che la Consulta ha fatto innumerevoli volte quando, nel corso di un giudizio costituzionale, interviene una nuova normativa che si sostituisce a quella all’esame, valutandone la congruità ed esaustività rispetto alla questione sollevata dal giudice remittente.
E sanno anche che questa capacità espansiva del giudizio ben s’inquadra col principio di effettività ed economia processuale che presiede all’attività giurisdizionale, come prescrive l’art. 111, comma 2, Cost., in tema di ragionevole durata del processo, che impone al Giudice di dare giustizia, equamente e celermente, ogni volta che ne abbia la possibilità e l’ordinamento lo consenta, e ciò anche alla luce dell’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, laddove si stabilisce che “Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole”.
Ed è anche noto, per costante giurisprudenza costituzionale, che la cessazione della materia del contendere può sopravvenire solo se e in quanto lo ius superveniens sia tale da soddisfare le domande di merito dei ricorrenti, mentre, nel caso di specie, la legge n. 165 del 2017 non è riuscita a sanare, e anzi per alcuni versi ha peggiorato, le violazioni dei principi costituzionali in materia di diritto di voto, già causate dalla legge n. 52-2015, non avendo anch’essa consentito ai cittadini di esprimere il proprio voto in conformità ai principi costituzionali.

Per non dire del “pianto greco” che proprio in questi giorni sta accompagnando i tentativi di dare al Paese un nuovo governo, che tutti i commentatori attribuiscono, chi per un verso e chi per un altro, proprio al rosatellum, di cui avremmo avuto la possibilità di disfarci senza traumi in pochi mesi, se appena le questioni poste fossero potute transitare all’esame della Consulta. Sta di fatto che, del tutto inopinatamente, il Tribunale di Messina ha aderito alla tesi della cessazione della materia del contendere, avendo in particolare ritenuto che, pur essendo fuori discussione “la generale possibilità di prendere in considerazione lo ius superveniens in qualsiasi momento del giudizio di primo grado, sollevando eventuali censure di costituzionalità della nuova normativa, la peculiarità della fattispecie all’esame è che si tratta di azione elettorale …. e tale legge … non costituisce il mero presupposto normativo della situazione giuridica dedotta in giudizio, come normalmente accade, ma è essa stessa …. il fatto asseritamente lesivo del diritto che s’intende tutelare”.
Sulla base di tale premessa, il Tribunale ha poi ritenuto che “tra il giudizio di merito e quello costituzionale verrebbe a determinarsi una particolare connessione materiale”, da cui deriverebbe “la natura materiale, e non autenticamente giuridica, della normativa che si pretende lesiva del diritto azionato e che è destinata a formare oggetto del giudizio di legittimità costituzionale, con la conseguenza che essa andrebbe ad individuare la pretesa azionata in giudizio quale suo elemento sostanziale e quale connotativo della causa pretendi”.
Da qui l’ulteriore conseguenza che nella specie “si configura in definitiva una vera e propria mutatio libelli della domanda avanzata con l’atto introduttivo del giudizio, in quanto il ricorrente, modificandone la causa pretendi, intende proporre un petitum sostanzialmente identico (accertamento della lesione del diritto di voto) ma fondato su un fatto costitutivo completamente nuovo rispetto alla domanda originaria”.
Ora, a me pare che, configurando la nuova L. 165-2017 come il fatto materiale lesivo del diritto di voto, piuttosto che come normativa che potrebbe pregiudicare il fatto concreto del suo esercizio, il Tribunale abbia fatto venir meno la distinzione, sempre evidenziata anche dalla Corte nelle sentenze 1-2014 e 35-2017, tra il pregiudizio (anche potenziale) all’esercizio del diritto di voto (che è lo specifico fatto materiale che provoca la lesione e che si verifica quando si è nell’atto di votare o si è più o meno in vista della votazione) e la norma che, in via generale ed astratta, regola l’esercizio del voto (che è ciò che rende legittima e consente la lesione, ma non la provoca), Cosicché, almeno in quest’occasione, il Tribunale ha deciso di non decidere, e tocca ora a me e a qualche altro volenteroso avvocato di ricominciare l’iter giudiziario nei confronti del rosatellum, sempre che nel frattempo il Parlamento non vari una nuova legge elettorale avverso la quale si dovrebbe attivare una nuova iniziativa giudiziaria che, data la prevedibile imminenza di nuove elezioni, finirebbe come quella che qui sto commentando, e così di seguito chi sa per quante volte ancora.
E si sa che non c’è due senza tre, e il quattro vien da sé!

Enzo Palumbo

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