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La quarta truffa

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porcellum

Dal porcellum all’italicum, e dal tedeschellum al rosatellum-bis – – spiegato punto per punto il tentativo della casta politica di sottrarre ai cittadini il voto – i parlamentari scelti direttamente dai capi partito – “Quousque tandem, abutemini patientia nostra?”

Confesso che ogni volta che rifletto sulle leggi elettorali degli ultimi 25 anni, e sulle desinenze latine con cui di volta in volta sono state denominate, mi viene in mente la vicenda del povero Renzo Tramaglino, alle prese col “latinorum” di don Abbondio, il prete al quale era stato imposto di non celebrare il matrimonio con Lucia: «Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, … Si sis affinis, antequam matrimonium denunciet».
E, pronunziando queste misteriose parole, il timoroso curato provava a confondere Renzo, e così anche a sciogliere, almeno per il momento, il drammatico dilemma tra il dovere impostogli dal sacro ufficio e il timore indotto dalle minacce dei “bravi” di don Rodrigo, a cui non poteva dir di no.
Il fatto si è che i nostri parlamentari, quando affrontano il problema della legge elettorale, dovendo scegliere tra l’esclusivo interesse della Nazione e la convenienza della loro parte politica, optano quasi sempre per quest’ultima; provano allora a sciorinare il loro “latinorum”, pensando così di mettere fuori strada i cittadini, ai quali tentano di fare ingoiare nuove proposte che sanno di vecchio, come si sta ora verificando con l’ultimo versione sfornata dal capogruppo del Pd, il c. d. “rosatellum-bis”, dal cui presentatore seriale prende il nome. La costante che contraddistingue quest’ennesima proposta è sempre la stessa, fare di tutto perché ai cittadini-elettori venga offerto il solito dilemma: ingoiare questa indigesta
minestra, oppure buttarsi dalla finestra dell’astensione, delegando un numero sempre più ristretto di elettori le scelte politiche che invece dovrebbero essere frutto della volontà di tutti, perché poi sono tutti i cittadini a subirne le conseguenze.
Dando per scontato che ormai le linee essenziali della proposta siano note, mi soffermerò soltanto su alcune specifiche criticità, che poi, mutatis mutandis, sono sempre le stesse e perseguono, in forma diversa, il medesimo scopo, che è quello di fare finta che il voto sia «diretto ed eguale, libero e segreto», come recita retoricamente l’art. 1, comma 1, per la Camera; mentre, l’art. 2, comma 2, per il Senato, si limita ad affermare che il voto è «diretto, libero e segreto», ma non più eguale, il che sembra quasi un’implicita confessione che di “eguaglianza del voto” è meglio parlare il meno possibile: due volte sarebbe troppo. Il fatto si è che il voto è diretto, eguale e, in qualche misura, anche libero solo per una piccola quota del Parlamento, in particolare per i 231 candidati nei collegi uninominali della Camera e per i 102 candidati nei collegi uninominali del Senato, cioè solo per circa un terzo dei parlamentari, e pur sempre ammettendo che le candidature nei collegi uninominali siano genuina espressione delle popolazioni locali, quando invece sono per lo più imposte dai leader politici.
Per il resto, invece, il voto è tutt’altro che “diretto, eguale e libero”, per il semplice fatto che, anche se l’elettore si limita a votare il candidato uninominale preferito, sarà inevitabilmente costretto a scegliere, con l’unico voto che gli è concesso, anche la relativa lista (o coalizione) plurinominale, e quindi dando indirettamente o forzosamente il voto anche a candidati che potrebbero non piacergli, oltretutto eleggibili secondo un ordine prestabilito e senza la possibilità di esprimere alcuna preferenza.
Il prossimo Parlamento sarà quindi composto, per circa due terzi, da deputati e senatori nominati dai vertici dei partiti, e non avranno alcun collegamento cogli elettori; e, a chi osserva che sarà comunque un passo avanti rispetto all’attuale Parlamento, che è fatto tutto di nominati, basterà osservare che proprio
questo sistema è stato dichiarato incostituzionale con la sentenza n. 1-2014 della Consulta, che ha imposto di poter esprimere almeno una preferenza per i candidati di entrambe le Camere.

Per altro, il voto non è «diretto, eguale e libero» neppure quando si indirizza verso una lista che sia in coalizione con altre e che, non riuscendo a raggiungere sul piano nazionale il 3% dei voti validi, abbia tuttavia conseguito la soglia dell’1%; in tal caso, quella lista non conquisterà alcun seggio, ma i suoi voti verranno comunque trasferiti alla rispettiva coalizione, per cui ne beneficeranno le altre liste ma non quella effettivamente votata. Se avessero un po’ di pudore, i parlamentari che hanno presentato questa proposta dovrebbero avere almeno il buon gusto di eliminare quell’enunciazione iniziale, tanto retorica quanto disattesa, che vorrebbe scimmiottare, senza neppure riportarlo testualmente, il testo del secondo comma dell’art. 48 Cost., per il quale il voto deve essere «personale ed eguale, libero e segreto».
E siccome lo scopo, come ho detto all’inizio, è pur sempre quello di restringere il campo della competizione elettorale, impedendo ai cittadini di esercitare il diritto costituzionale ad associarsi liberamente in partiti per concorrere alla determinazione della politica nazionale (art. 49 Cost.), ecco che la presentazione delle liste deve essere accompagnata da una ponderosa raccolta di firme, in numero variabile da 1.500 a 2.000 nei collegi plurinominali, che per la Camera dovrebbero essere circa 85, ripartiti nelle 28 circoscrizioni, per cui le firme necessarie saranno tra 127.500 e 170.000, rendendo praticamente impossibile la presentazione di liste a chi volesse promuovere nei prossimi mesi una nuova offerta politica.
Assolutamente scandalosa è poi la norma transitoria che riserva ai gruppi parlamentari costituiti sino al 1° gennaio 2017 l’esonero dalla raccolta delle firme per entrambe le Camere, mentre l’Italicum blocca tale privilegio alla data del 1° gennaio 2014 e solo per la Camera; in tal modo resta escluso da tale privilegio, pure ingiusto, il gruppo di Articolo 1-MDP, costituito dai fuoriusciti dal Pd a febbraio del 2017; come al solito: “fratelli, coltelli”. Semplicemente ridicola è poi l’indicazione del “nome e cognome del capo della forza politica”, cosa questa che, se poteva avere un senso in un sistema maggioritario, non ne ha alcuno in un sistema ormai proporzionale, in cui una singola lista dovrà comunque stringere accordi con altri partiti dopo le elezioni; e del pari ridicola, nella nuova prospettiva, è la previsione secondo cui resta ferma la prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica nella nomina del Presidente del Consiglio, cosa che oggi ha ancora meno senso di ieri, posto che non poteva e non potrebbe comunque spettare a una legge ordinaria di derogare a una precisa disposizione della Costituzione.
L’unico aspetto positivo di questa nuova proposta è quello che equipara gli effetti del voto per il calcolo della soglia di accesso alle due Camere, essendo previsto che il calcolo sia fatto sul piano nazionale anche per il Senato, e così introducendo una interpretazione parzialmente evolutiva della norma del primo comma dell’art. 57 Cost., che era poi anche quella voluta dai Costituenti al termine del dibattito sulla c. d. “base regionale”, individuata come mera circoscrizione territoriale al pari delle circoscrizioni interprovinciali previste per la Camera.
E tuttavia, anche qui, si è persa l’occasione di andare oltre, prevedendo che anche la distribuzione dei seggi per il Senato venga fatta sul coacervo del voto nazionale, e si è invece previsto che si continuerà a fare in ciascuna regione, in molte delle quali le soglie naturali di accesso sono altissime, e così escludendo milioni di elettori dalla rappresentanza in Senato.
Tanto per intenderci, sulla base della legge ancora vigente (e senza considerare Val d’Aosta, Trentino Alto Adige e Molise, dove l’accesso al Senato è possibile solo per liste maggioritarie), la soglia naturale per conquistare un quoziente pieno è il 14,20% in cinque regioni (Friuli Venezia Giulia, Umbria, Abruzzo e Basilicata), il 12,50% in Liguria e Marche, l’11,11% in Sardegna, il 10% in Calabria, il 5,56% in Toscana, il 4,76% in Emilia Romagna e Puglia, il 4,54% in Piemonte, il 4,17% in Veneto, il 3,85% in Sicilia, il 3,70% in Lazio, il 3,33% in Campania, e il 2,13% in Lombardia.
Il calcolo è ovviamente rapportato ai 309 senatori oggi eleggibili, ma si aggrava nella misura in cui si riducono i seggi assegnabili in regime proporzionale, posto che 102 senatori saranno comunque eletti direttamente nei collegi uninominali; e anche se qualche lista sotto la soglia naturale riuscisse a conquistare un seggio col più alto resto, si tratterebbe comunque di un’ipotesi residuale che dipende dall’effettiva distribuzione del voto e che quindi non elimina il problema.

Per incidens, proprio questa è una delle cinque questioni di legittimità costituzionale che, col prof. Alfonso Celotto dell’Università di Roma 3, stiamo sostenendo nel giudizio ancora in corso dinanzi al Tribunale di Messina, nel quale abbiamo sollevato tre questioni per l’Italicum e altre due per quel che resta del “Porcellum” per il Senato. Insomma, i nodi che ci stiamo trascinando da quasi un quarto di secolo, ci sono tutti, e nessuno fa mostra di volerli sciogliere; per cui, se questa proposta andrà in porto, saremo costretti a votare per la quarta volta con un sistema elettorale che trasuda incostituzionalità,
il cui accertamento seguirà poi a distanza di anni, senza che i parlamentari così eletti facciano una piega, com’è già avvenuto con l’attuale Parlamento, che ha osato convalidare i suoi componenti facendo applicazione della norma sul premio di maggioranza, nel frattempo eliminata dalla Consulta.
E tutto ciò, non senza considerare che le complesse tecnicalità di cui è infarcita la proposta sono tali da allontanare dalla sua lettura anche chi volesse intestardirsi a capire, quando invece le leggi, specie quelle elettorali, dovrebbero essere facilmente comprese anche dal meno acculturato dei cittadini
Un po’ come deve essere accaduto al povero Renzo, quando don Abbondio, per confonderlo e imbrogliarlo, gli sciorinò il suo latinorum; che tuttavia, nel racconto che ne fa Manzoni, era di
appena 18 parole e, si e no, due righe; mentre questa nuova proposta, che ancora una volta mira a confondere e imbrogliare gli italiani, si compone, secondo il calcolo che ne fa il mio PC, di 11.334 parole, 352 paragrafi e 1.304 righe; mi sembra difficile che un normale cittadino arrivi a leggerla tutta!
Allora, quasi quattro secoli fa, Renzo rimase interdetto e se ne andò “facendo a don Abbondio un inchino men profondo del solito, e dandogli un’occhiata più espressiva che riverente”; oggi, di fronte a questo nuovo “latinorum” parlamentare, insulterebbe gli autori e poi scapperebbe via, attraversando prima del tempo quel ramo del lago di Como per rifugiarsi oltre confine!
Come fanno oggi gli elettori, fuggendo dalle urne e rifugiandosi nell’astensione, mentre si chiedono, con un altro e più appropriato “latinorum”: “Quousque tandem, abutemini patientia nostra? (sino a quando abuserete della nostra pazienza?)”.

Enzo Palumbo

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