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Bello e impossibile! Un sistema elettorale liberale

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legge elettorale

Se penso a quali dovrebbero essere le caratteristiche di una società liberale sotto il profilo istituzionale, me ne vengono in mente almeno due: la “contendibilità del potere”, in modo che ogni cittadino, attraverso “elezioni libere, continuative e periodiche” (per dirla con Sartori), possa giocarsi le sue carte per accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (art. 51 Cost.), e la “limitazione del potere”, una volta che il vincitore di turno sia riuscito a conquistarlo, per evitare che possa abusarne.

Ad assicurare la limitazione del potere provvedono le costituzioni, almeno quelle moderne, attraverso la classica tripartizione teorizzata da Montesquieu, secondo cui i tre classici poteri devono essere tra di loro separati, e, almeno nell’evoluzione successiva, anche in reciproco equilibrio, ognuno influenzando e limitando l’altro, in modo da evitare che uno dei tre possa prevaricare sull’altro e che ne abbia conquistato una parte possa utilizzarla per prendersi tutto.

Ad assicurare la contendibilità del potere provvedono invece le leggi elettorali che, in ossequio al principio di neutralità, ancor più delle altre andrebbero scritte “sotto un velo d’ignoranza” (Rawls), dovendosi per l’appunto ignorare a chi potrebbero giovare o nuocere; insomma, tutto il contrario di ciò che è avvenuto in Italia, almeno a partire dal 1993.

Ovviamente, questi due requisiti attengono solo all’aspetto procedimentale, perché le moderne democrazie liberali, in cui si sono ormai affermati i diritti di cittadinanza, non si esauriscono ormai nelle sole libertà formali, ma hanno anche il compito di promuovere, nei limiti del possibile, una certa dose di libertà sostanziali mediante l’ascensore sociale dell’istruzione e la rimozione delle ineguaglianze incolpevoli (Rawls, Sen), in modo che a tutti gli individui siano date pari opportunità alla partenza, ferma restando la garanzia dei differenti traguardi che ciascuno sarà riuscito a conquistare nella gara della vita.

E quindi, contendibilità e limitazione del potere, come condizioni necessarie, ancorché non sufficienti, perché una democrazia possa definirsi liberale, in termini che sono assolutamente simbiotici, perché ognuna delle due influenza l’altra, ed entrambe determinano, sotto diversi profili, i rapporti tra i cittadini e tra questi e il potere, e quindi il modo di essere complessivo di una società.

Pur nella diversità delle fonti, si può in un certo senso affermare che le leggi elettorali non sono meno importanti delle costituzioni, anche perché in qualche modo finiscono per determinarle.

Se nel 1946 l’Assemblea Costituente non fosse stata eletta con un sistema rigorosamente proporzionale sino a consentire la rappresentanza di partiti che avevano conseguito meno dell’1% dei voti, e si fosse invece votato con un qualche sistema maggioritario, la nostra Costituzione sarebbe stata profondamente diversa da quella che ancora oggi fortunatamente regola la nostra convivenza civile.

Se n’è avuta conferma con la legge elettorale maggioritaria del 2005 (il c. d. porcellum), che ha inopinatamente permesso all’attuale Parlamento, pure eletto con un sistema elettorale maggioritario nel frattempo dichiarato incostituzionale, di approvare una riforma che, se non fosse naufragata sullo scoglio referendario, avrebbe cambiato in profondità il nostro sistema istituzionale.

A loro volta le costituzioni pongono limiti alle leggi elettorali: ne abbiamo avuto in Italia due prove recenti, entrambe ad opera della Corte Costituzionale, con le sentenze n. 1-2014 e 35-2017, che hanno rispettivamente bocciato parti significative del porcellum e dell’italicum.

Il fatto si è che durante tutta la seconda repubblica, auspice il malinteso significato attribuito al referendum del 1993, si è diffuso il mantra della superiorità dei sistemi elettorali maggioritari, che trasformano artificialmente una maggioranza elettorale relativa, anche esigua, in maggioranza parlamentare più che assoluta, quando invece la sbandierata vocazione maggioritaria dovrebbe consistere nel tentativo di convincere la maggioranza degli elettori, e non solo di conquistare quella degli eletti.

Ne sono rimasti affascinati anche liberali di anticafede, dimentichi dell’antico monito di Einaudi, quando affermava che «una maggioranza la quale sia tale soltanto perché una legge l’ha trasformata da minoranza in maggioranza non può non eccitare ira ed avversione nel corpo elettorale. Affermare nelle leggi che il 40% equivale a più del 50% è dire cosa contraria a verità e spinge istintivamente l’elettore a votare per i partiti o gruppi di partiti i quali si siano dichiarati contrari al sistema», aggiungendo poi che «la massima contrarietà sarebbe eccitata da una norma di legge la quale dichiarasse che deve essere attribuito un premio a quella lista o combinazione di liste la quale raggiungesse almeno il 40 o 45 od anche il 48 o 49% dei voti validi».

Questa ossessione del maggioritario sembra oggi affievolita, anche se non mancano i pianti delle prefiche del 4 dicembre e del 25 gennaio, rimaste orfane del tentativo di stravolgere i nostri equilibri istituzionali, immolandoli sull’altare della “governabilità a tutti i costi”.

Sfumato quel pericolo, nelle scorse settimane si è assistito alla sceneggiata parlamentare degli attuali partiti, ciascuno impegnato a confezionarsi la legge elettorale migliore possibile per se stesso e peggiore possibile per gli altri, e tutti insieme accomunati nell’ostacolare la nascita di nuovi soggetti politici.

A tutt’oggi, sembra fallito il tentativo di introdurre in Italia un sistema elettorale, che è stato gabellato come “tedesco”, senza averne i tratti essenziali, rappresentati dal voto disgiunto per la lista circoscrizionale e per il candidato uninominale e dalla sicura elezione del vincitore di collegio; ne sarebbe nato un incrocio bastardo tra porcellum e italicum, che per comodità avremmo potuto chiamare “porcalicum” o con qualche altra denominazione spregiativa suggerita dall’italica fantasia.

Per la verità, di fare una nuova legge elettorale non ci sarebbe neppure un assoluto bisogno, perché già ci sarebbero le leggi uscite dalle sentenze n. 1-2014 e 35-2017 della Corte Costituzionale, che le ha certificate come autoapplicative, restando solo la necessità di armonizzare al più possibile la normativa per le due Camere, come auspicato dalla stessa Corte e come non si stanca di ricordare il Presidente della Repubblica; se si volesse farlo, un lavoretto da niente, sempre che nel frattempo non sia chiamata a farlo la Corte, nuovamente investita delle questioni ancora sub iudice presso tanti tribunali italiani.

E tuttavia, siccome non è detto che questo parlamento non riprovi a fare un altro pasticcio, mi sembra proprio questo il momento di fare una riflessione su quale potrebbe essere una buona legge elettorale liberale, innovativa, semplicissima e rispettosa dei canoni costituzionali, ispirata ai sistemi che, in giro per il mondo, hanno dato ottima prova di funzionamento: il voto singolo trasferibile (VST) in collegi plurinominali, in uso per eleggere il senato australiano, i parlamenti di Irlanda, Malta e Ulster e i consigli locali in Scozia; e il voto alternativo (V. A.) in collegi uninominali, adottato in Australia per eleggere la camera federale e alcuni parlamenti locali, in India e Irlanda per eleggere il presidente, nelle elezioni suppletive in Irlanda e Scozia, e anche in tanti municipi americani, inglesi e neozelandesi.

Quello del voto alternativo – che i liberaldemocratici inglesi, usciti rafforzati dalle elezioni del 2010 (23% di voti, ma solo 57 seggi su 650) hanno provato a fare introdurre anche in Gran Bretagna, senza riuscirci – era anche il sistema preferito da Einaudi che l’ha tramandato in uno scritto del 22 dicembre 1953, pubblicato nel volume Lo Scrittoio del Presidente 1948-1953, con una significativa semplificazione, ottenuta riducendo a due i voti esprimibili, che nel modello originario sono ben di più, e limitando la gara ai primi due candidati, e perciò definendolo “ballottaggio preventivo”.

L’idea è stata ripresa, nell’XI Legislatura da Valerio Zanone per la sola Camera (PdL-C 2052 del 18.12.1992) e riproposta nella scorsa legislatura da Enrico Musso per entrambe le Camere (DdL-S 2357 del 06.10.2010); per la verità, nella stessa legislatura, anche i senatori Ichino e Ceccanti, primi firmatari insieme ad altri, tutti del Pd e dintorni, hanno presentato una proposta assai simile (DdL 2312-S del 30.07.2010), che ricalca piuttosto fedelmente il sistema del voto alternativo e rimasta allora senza esito; un vero peccato che quel partito l’abbia ignorato, e che il suo più autorevole consigliere in materia elettorale l’abbia dimenticato quando nell’attuale legislatura ha invece sostenuto l’italicum!

Quella di Zanone e Musso si raccomanda per la sua semplicità, perché il voto secondario supplisce all’eventuale insufficienza del voto principale, un vero e proprio “voto suppletivo”, che con tale denominazione viene usato per eleggere il sindaco di Londra.

Il sistema si articola in poche disposizioni che si sottraggono alla tecnica legislativa in voga da anni per le leggi elettorali, le cui ricorrenti modifiche non hanno mai smesso di fare riferimento ai vecchi testi del DPR 361-1957 (per la Camera) e del D. Lgs. 533-1993 (per il Senato), in un guazzabuglio di soppressioni, sostituzioni, modifiche e integrazioni che ne hanno resa difficoltosa la comprensione:

a) i collegi uninominali (618 per la Camera e 309 per il Senato) sono di limitate dimensioni (rispettivamente, circa 100.000 e 200.000 abitanti);

b) chi intende proporsi come premier, deposita una dichiarazione presso il Ministero dell’Interno col programma e la lista di ministri, e col sostegno di diecimila elettori o di trenta parlamentari uscenti o di tre presidenti di regione;

c) chi intende candidarsi come parlamentare presenta alla prefettura di residenza una dichiarazione preliminare di candidatura in un solo collegio, restando quindi vietate le candidature multiple;

d) ogni candidato raccoglie poi le firme di sostegno (0,5% degli elettori del collegio, circa 500 per la Camera, circa 1.000 per il Senato) e, all’esito positivo, presenta all’Ufficio elettorale la candidatura definitiva, con la prescritta documentazione;

e) il candidato ha facoltà (non obbligo) di collegarsi a un partito o a un candidato premier e al suo programma di governo;

f) per ogni candidato deve esserci un candidato supplente di diverso genere, per l’eventuale subentro;

g) l’ordine dei candidati viene determinato col sorteggio, e sulla scheda compariranno nomi, foto ed eventuali collegamenti, e accanto a ogni nome vi saranno due quadratini dove si esprime la prima preferenza (obbligatoria) per un candidato e la seconda (facoltativa) per altro candidato;

h) il candidato che, computando le prime preferenze, raggiunge il 50% + 1 dei voti validi, viene eletto;

i) in mancanza, si procede al ballottaggio istantaneo tra i primi due candidati, sommando ai voti principali i voti secondari conseguiti da ciascuno, e viene eletto chi totalizza la maggioranza relativa.

I pregi del sistema sono evidenti: permette di candidarsi anche a chi ha un qualche consenso territoriale senza però avere un partito di riferimento; è tuttavia possibile collegarsi con un partito e/o con un candidato premier; si vota due volte ma in unico turno, evitandole criticità del successivo ballottaggio (costi, astensionismo, mercanteggiamenti, voto a dispetto); viene eletto il candidato più gradito (utilizzando solo il voto principale), o almeno quello meno sgradito (utilizzando anche il voto secondario); si evita il ricorso ad elezioni suppletive in ogni caso di vacanza.

In conclusione, un sistema che assicura ai cittadini massima libertà, ma che ha il grave difetto di mettere in discussione il monopolio dei partiti esistenti e consente la nascita di nuove offerte politiche, nazionali o anche solo locali; in poche parole: nessuno favorito, nessuno danneggiato, nessuno escluso.

Un sistema troppo bello per esser vero, e quindi senza alcuna possibilità di essere adottato in Italia; parafrasando il titolo di una bella canzone di Gianna Nannini, mi viene di dire: “bello e impossibile”!

Mentre vengono proposti, di volta in volta, solo sistemi che restringono gli spazi di partecipazione e incentivano l’astensionismo, dimenticando il monito di Einaudi di cui ho già detto, ma anche quello, alquanto paradossale ma non meno significativo, dello scrittore francese Robert Sabatier, secondo cui «c’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino, e consiste nel togliergli la voglia di votare».

Enzo Palumbo

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